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Asfalto a stelle e strisce - un racconto di Dallas $cotch Fl@wer
20-Vostri RaccontiASFALTO
A STELLE E STRISCE


di DALLAS $cotch fl@wer
(Alessandro Gardella)



Introduzione: ……e non parliamo di giorni, ne di settimane , neppure di mesi. Dieci. Si dieci, è il numero in questione. Dieci cazzutisimi anni mi avevano diviso o meglio impedito di raggiungerla…….Avevo fatto numerosi progetti al limite dell'immaginazione, avevo cercato di coinvolgere decine di uomini e donne nel mio disegno……un disegno che a molti sembrava malato…..quella loro PAURA, talvolta pareva esser persuasiva, contagiosa. La sognavo, si la sognavo; certe notti mi svegliavo convinto di esservi accanto, ne sentivo il profumo e l’odore….sognavo cosa avrei potuto fare una volta raggiunta….era mia! Intanto la realtà cominciava a distorcersi, ad essere noiosa, indigesta, invivibile. Nella fantasia mi ero convinto di esserle già stato vicino, di averla già vissuta…..un’altra storia…un altro mondo. Intanto passavano gli anni….alla ricerca di finanziamenti e di compagni per raggiungerla, toccarla e viverla. Più passava il tempo e più mi auto-dipingevo alieno…..bèh non ero certo vissuto in un posto molto facile e moderno…..ma questa è un’altra storia…
…o NO ???!!!!!!!
Passava il tempo e sembrava allungarsi la distanza tra me e lei, io d’altronde, povero Ulisse, che bramava la sua Itaca circondato da “proci”, stavo vivendo al contrario; l’inizio corrispondeva alla fine e viceversa, pareva di stare in un gigantesco gioco dell’oca…un errore e mi ritrovavo al punto di partenza.
Era buffo avvertire un senso d’impotenza e contemporaneamente una forza sovrumana, che forse mi avrebbe permesso chissà quale destino…… era come avere un elastico dietro la schiena, qualsiasi mossa, tattica usata per avvicinare il mio spirito ad essa, mi rimbalzavano puntualmente alla porta di casa, sgretolando tutti i buoni propositi.
Non ricordo perfettamente quando avvenne, ne cosa scattò dentro di me, ma ci fu un momento esatto in cui tutto il mio corpo vibrò contemporaneamente.

Avevo capito……dovevo smetterla di farmi coinvolgere da tutti quegli impedimenti…..dovevo smetterla di perder tempo…dovevo sganciare tutta la zavorra che da anni mi portavo dietro…..dovevo fregarmene di tutto……. Dovevo ascoltare solo il mio cuore…e lui mi diceva una cosa sola: raggiungila.
Ero pronto….avrei fatto qualsiasi cosa per coronare il mio sogno. E lo feci!!!
Il 5 giugno 2002 partii per andarle incontro, un viaggio lunghissimo che mi portò dritto nelle sue braccia: la mia CALIFORNIA.

1)Un morso alla Grande Mela

A dire la verità ero già stato negli stati uniti, proprio in mezzo a quei famosi dieci anni. Era stato uno dei tentativi più energici che avevo compiuto nel mio intento di raggiungere la West coast americana.Il mio primo viaggio aereo transoceanico, sembrava non finire mai, mi scaricò sulla east-coast a New-York.
La grande mela mi sembrava un giusto antipasto prima di assaggiare il boccone losangelino.
New York è paragonabile a un cazzotto sul naso con in corpo un paio di bottiglie di Jack Daniel’s e polizia, mignotte, modelle, ladri e santi intorno a cantarti.........
“…my little town blues..”.Arrivi e ti senti soffocare, mancare l’aria, morire e….muori, poi resusciti e diventi un vampiro, assetato di Amerika e non ti basta mai.
NY è immensa ma compressa, una specie di grande computer dove clicchi e trovi quello che vuoi; una grande Milano, dieci volte più grande, stessa frenesia, traffico simile, ma molti, moltissimi, provinciali in meno!!
Definirei la grande mela il cuore del vastissimo paese statunitense; si ha l’impressione che tutto nasca lì, in quel momento, proprio mentre stai passando TU e batte forte.
Avevo litigato con la mia ex-fidanzata, ancora una volta, ed ero partito solo per New York, ma dopo una settimana ero “rimbalzato”indietro….forse qualcosa in sospeso……shit !!
Ci avevo messo cinque anni prima di toccare terra sul nuovo continente, avevo morso in velocità uno spicchio di AMERICA, respirato di corsa un po’d’aria newyorkese e in fretta e furia conosciuto un centinaio di individui; visitato decine di luoghi e a malincuore mi ritrovavo su un boeing che faceva rotta verso Milano dopo solo sette giorni.Odio volare…..un’australiano mi aveva fatto ubriacare, comprai il biglietto di ritorno e mi imbarcai…..sentendo nella testa la voce di Frank Sinatra cantare……. Salutai gli U.S.A. con un arrivederci.
Già,……..cinque anni dopo! Ero cambiato, la vita mi aveva modificato, un altro..
…….“Get your kicks……”
and so fuckin’what.

2)Avevo fatto 30,ora volevo fare 66 (route)

Erano passati altri cinque anni, avevo "tirato" su i soldi per il viaggio; la mia condotta non era stata certo quella di un bravo ragazzo, ma.....ero ancora vivo....
Avevo risolto qualche pasticcio.…, venduto casa, la macchina, e concluso un paio di questioni con degli ‘amici’ che piu' amici non erano....
Mi ritrovavo all’aeroporto con un biglietto per Chicago.

ROUTE 66:la mother road, che unisce Chicago a Los Angeles.Una strada famosa, semi abbandonata per lunghissimo tempo, dopo l’avvento delle grandi Highway.Ora di nuovo calcata come grande attrazione turistica o come via alternativa. Ancora percorsa da bikers, avventurieri, turisti e fuggitivi. Duemila miglia che sgorgano in Santa Monica Blvd, una vena di L.A

Be-bop…volevo di più, al semplice viaggio verso Los Angeles; pretendevo, l’idea di percorrere la ROUTE 66, convinto di meritarlo, con tutte le rogne che avevo attraversato in quei lunghi dannatissimi dieci anni…..corrotti. Meritavo un premio, e degno dell’attesa che mi aveva sposato prima di partire. Sapevo tutto sugli Stati Uniti; possedevo cartine, mappe, indirizzi, motel e qualche buon consiglio. Avevo deciso in partenza le città da visitare, sapevo tutto su particolari, usi e costumi, miti e leggende. Si,ero stato investito anch’io da quell’onda anomala che colpisce milioni di persone col nome di “mal d’America”; tra film e libri sugli U.S.A. avrei potuto parlarne per anni intrattenendo fino alla nausea qualsiasi pazzo mi avesse voluto ascoltare. Il mito “on the road” mi faceva sognare solo a nominarlo.
Devo ammettere che il nome Kerouac faceva sentire come...odore di America, meritandosi tutto il rispetto possibile solo per esser stato uno scrittore della beat generation.Personaggio mitico e affascinante; confessandomi' pero' a riguardo:< il suo famoso libro, non mi suscitò grandi emozioni, essendo abituato a leggere scrittori del calibro di Bukowsky e John Fante (bellissimo The road to L.A.). On The Road di Kerouac a mio avviso era stato un’altalena singhiozzante e noiosa di eventi indefiniti e inconclusi, una scopata senza orgasmo…….confuso…….strano il suo successo.
Al contrario le sue poesie (vedi S.Francisco blues) sono da brivido……acide!!
Sono centinaia gli autori e gli attori americani che sono entrati nel mito.
Da London (Il vagabondo delle stelle e' un MUST-leggerlo) a Hemingway, Kerouac e Burroughs, fino a Bukowsky e Fante, potrei andare avanti per giorni....
Attori come Fonda, Gere, Pacino, Brando, Rourke, si potrebbero nominare fino allo sfinimento, diventerebbero elenchi infiniti.
Personalmente li stimo tutti, ma credo debba ammettere di essere stato folgorato dal mito del primo Matt Dillon; metabolizzando letteralmente movies tipo Rumble Fish (parliamo di RustyJames, il selvaggio) o Over the edge (tradotto in “Giovani guerrieri”) e The Outsiders (“I ragazzi della 56° strada”, remember Dallas, Pony-boy??) e Drugstore Cowboy, My body guard, fino a Flamingo Kid ,The Big Town (Braccio Vincente), Kansas, e tanti altri…
Cazzo,mia madre si chiede ancora perché fossi un teppista !!!????!!!


3)E se non avessi incontrato MATT DILLON…………..

Bla bla bla !!!!Quante cazzate avevo sentito….tutti spacconi a Milano, e appena scavi un paio di centimetri nella loro vita personale o sono fuffa o sono ricchi.. ….ed è tutto un altro viaggiare. Ho sempre ammirato quelli veri, genuini.
Se uno ha paura, ha paura, se uno ama, ama…..la sensibilità è sempre vista come una debolezza, invece credo sia un’arma in più……poi se hai anche una pistola…..!!

Ero all’aeroporto con Adele, la mia dolce nuova fidanzata,mi aveva accompagnato all’imbarco, e mentre ci stavamo salutando provai uno strano senso di malinconia….mi stavo temporaneamente staccando da lei…..poi odio volare… ..tanti pensieri ti affollano la mente in un secondo..Ebbi un attimo di esitazione.
Erano dieci interminabili anni che aspettavo quel momento e stavo esitando!!!!
A volte il tempo crea come uno strato di ruggine invisibile che può anche paralizzare…..o forse ero spaventato da quel salto nel buio..Quella situazione durava da qualche minuto, quando girai la testa verso l’atrio del terminal e vidi:....... ..........MATT DILLON!!
Impossibile, non credevo ai miei occhi, Rusty il selvaggio era lì davanti a me in carne ed ossa, magari con qualche anno in più.
Si stava dirigendo in una sala d'attesa privata…..”Hey, Matt” dissi a voce alta, era solo. "Strano" pensai…
Non era stato riconosciuto,o forse non era l’attore da me tanto ammirato.
Poi, di colpo, sì girò, e ci trovammo faccia a faccia."Hi" disse...... FUCK!Yeah!
Stavo di fronte a Matt Dillon e lo stavo conoscendo! Ma com'e' strana la vita............!!!!
Praticamente passammo la mattinata insieme, parlando dei suoi film e del suo nuovo lavoro in uscita nelle sale:”City of Ghost”. Ero sorpreso del modo in cui mi si rivolgesse….voglio dire, Matt Dillon e pinco pallo…eppure mi parlava come se fossi un suo amico. Gli dissi del mio nome d’arte, preso proprio da uno dei suoi movies; dimostrandomi di esserne lusingato e mi chiese di spedirgli una copia del mio ultimo cd, che sarebbe diventato "Hollywood Attitudes" da li a poco……
Non facevo molto per nascondere la mia ammirazione nei suoi confronti, e questo lo faceva sorridere. Per un attimo mi sentii come quelle galline che vanno sotto i balconi, ad urlare la loro isterica ammirazione, per quei “giovini” bellini e pettinati che cantano le loro canzonette, col culetto agile, maschietti da macelleria…..ma quello era Matt Dillon, mica pizza e fichi! Ora mi sentivo pronto, mi sarei imbarcato anche su un Jet da guerra……Salutai la dolce Adele con il proposito di rivederci presto, poi io e il Sig. Dillon ci incamminammo verso i rispettivi aerei: Chicago io,e Atlanta lui…ci salutammo.Ero elettrico, felice di aver incontrato il mio mito, quale migliore inizio per un viaggio simile.
………Dopo due ore di ritardo una voce disse: ”allacciatevi le cinture,stiamo per decollare………”
Bye bye Milano di merda !!!


4)Chicago, la città del vento e del blues

…..” tin tin” allacciatevi le cinture, stiamo per atterrare”…..odio volare…
Ero a Chicago. Non ero ancora sceso dall’apparecchio e già mi aveva assalito la frenesia dell’American way of life.Il jet-leg ti stordisce e la mente comincia a fantasticare, come un sogno ad occhi aperti.Immagini di incontrare Al Capone e i suoi gangsterns; trovarti davanti a qualche grande musicista blues dell’epoca, frequentatore dei bordelli di mezzanotte sulla ‘Cabrini street’….
….poi prendi il primo stronzo di tassista privato, che ti spilla 30 $ per fare il giro del palazzo, e ti molla davanti al six motel di Schindler Park, dove fai in tempo ad aprire la porta e cadere sul letto sfinito.
Puntualmente ti svegli nel cuore della notte come se fosse mattina e con una fame da prima colazione.L’unico edificio davanti al six motel è Denny’s, una specie di Arnold’s di Happy Days.Mi abbuffai come se fossi nel pieno di un pranzo, T-bone steak, Hush-browns (patatine fini rosolate) e scramble eggs (uova strapazzate), nel frattempo mi guardavo intorno; guardavo tutti i clienti presenti; i loro lineamenti prepotentemente NON europei. Un’espressione idiota mi si era stampata sul viso, un sorriso ovale fisso tipo Stanlio si era bloccato sulla bocca. Si,ero contento di essere lì in quel posto, con quelle persone, figli di recenti pionieri, e di assaporare quei gusti nuovi per il mio palato…o quasi. Nessuno osservava me, tranne le cameriere, pronte a scattare a qualsiasi mio gesto per soddisfare ogni mia richiesta incombente, gentilissime..aahhhh…. e poi mi vengono in mente quelli che mi dicevano:”Ma dove vai?? L’America è qui”...senza esser mai andati oltre Lugano,STRONZI!! Nel locale non vidi Fonzie… ..va bèh....finii tutto voracemente e tornai in motel a dormire.Chicago è molto accogliente, città in stile east-coast, molto vivibile e alla mano; possiede un circuito metropolitano simile a quello londinese. Riesci ad essere in pochi minuti in qualsiasi angolo della ridente downtown affacciata sul Michigan lake.Uscire dalla subway e trovarti circondato da grattacieli e palazzi altissimi, ti fa sentire un puntino inquadrato dal satellite.
Mi recai subito al festival gospel & blues in Grant Park:due miglia a piedi, dal motel al metrò, poi la blue line fino a Washington avenue. Il festival era una mitragliata di artisti, eccezionali, un evento…per me.Il posto era immenso, con il lago alle spalle e immerso nel verde; pieno di bancarelle in tema con gli spettacoli. Almeno venti persone mi davano dritte a ripetizione su come, dove e quando muovermi nella city.Chicago è particolarissima, ti catapulta a tratti negli anni quaranta/cinquanta e ti confonde la realtà con ricordi stereotipati.
Ero nel quartiere di Belmont, West Belmont. Un posto molto movimentato, tra bikers, tattoo’s shop, pub e club..decisi di fermarmi a bere un paio di pinte....
….Curtis Love mi stava tatuando un avambraccio; io mi addormentai, mentre la Statua della Libertà appariva sul mio braccio destro….
…...La statua della Libertà era il simbolo per antonomasia che in tutto il mondo incarnava in pochi secondi l’America; io lo volevo. Aggiungerlo agli altri tatuaggi era per me un onore e un dovere.
Per anni avevo identificato la statua come simbolo mitico e affascinante; una specie di collegamento tra gli europei e gli americani, visto che era stata donata dai cugini effeminati francesi, mi inorgogliva pensare di poterla avere addosso.
Un marchio indelebile per dichiarare pubblicamente, per chi ancora non lo aveva capito, che amavo quello stato, volevo farne parte in qualche modo.
La statua, nel mio immaginario, raffigurava distintamente il primo simbolo che appariva ai migliaia di emigranti italiani, provenienti dal vecchio continente, che sbarcavano nella grande mela per trovare un futuro migliore.
Solitamente questi viaggi avevano esiti disastrosi, molti si ammalavano irrimediabilmente, arrivando a volte fino a morire.
Le condizioni igieniche lasciavano molto a desiderare,provocando costantemente tremende epidemie. In tutti i casi il minimo comune denominatore era l’arrivo, spesso accompagnato da una fittissima nebbia, nella Nuova York; quello che era stato un lungo e difficile viaggio veniva esorcizzato alla vista della verde statua, salutata con urla di gioia e speranza.
Credo che questo potesse rappresentare uno dei migliori validi motivi per esporre a vita un simbolo di tale importanza, e poi mi piaceva e basta……

Quando mi feci tatuare per la prima volta ero giovanissimo, e immediatamente incontrai uno stronzo pronto a giudicare; mi ricordo che si avvicinò questo tizio, chiedendomi per quale motivo mi ero rovinato la pelle e perché mi dovevo portare per tutta la vita un braccio pieno di fiori e piante carnivore.
Ero giovane, prontissimo e pieno di pazienza; provai a spiegare al curioso ficcanaso tutti i motivi che mi avevano spinto a fare quel passo. Purtroppo non credo di esser riuscito a convincerlo; le sue idee retrograde penso avessero avuto la meglio sui miei credo, i miei valori, i miei simboli.
Se oggi qualcuno me lo chiedesse, con quello stesso atteggiamento, gli romperei subito il naso; sarebbe tempo sprecato, dopo avrebbe modo di pensarci bene se chiederlo ancora a qualcun altro. Sono un rocker e sono fiero di esserlo, rispettando tutti e soprattutto i “fratelli bikers”, ma ritengo sia giusto che anche il prossimo ci porti rispetto di conseguenza…..e quando non lo fanno…….bèh……auguri. Long Live RnR!
La vita è un bivio; bisogna cercare d'imboccare, sempre con coraggio, la direzione giusta. In caso contrario o sbagliando direzione, avere lo stesso coraggio per concludere la strada intrapresa inizialmente e sperare di imboccarne una nuova migliore…….

Mi svegliai e ringraziai il mio nuovo amico Curtis Love; mi fece lo sconto, invece che 200$ me ne chiese 100$!YEP!
Presi il metrò per tornare a Schindler; orgoglioso del mio nuovo tattoo. Una cinquantina d’individui mi chiesero dove me lo fossi fatto….con sguardo d'ammirazione.
La mattina seguente, mezzo stordito, conobbi un tale di Los Angeles. Insieme vagabondammo nella città del vento che lui NON conosceva; io approfittai per prendere un po’ d’informazioni recenti su L.A.
Chicago è tagliata da diversi ponti. I canali sottostanti, vanno a raggiungere il lago Michigan; diversi di questi sono stati usati per la serie televisiva E.R., locations veramente singolari da visitare. Alla sera salutai il losangelino con la promessa di rivederci (non lo vidi piu', mai piu'); proseguendo con i preparativi per il mio viaggio. Inizialmente volevo noleggiare un’ Harley per percorrere tutti e quattromila i Km che dividevano la California dall'Illinois. Decisi di optare per un auto a noleggio, visto che la cifra richiestami per la moto (stellare) mi sembrava un vero schiaffo alla miseria. Purtroppo anche l’auto aveva dei costi altissimi, non tanto per il prezzo del noleggio, ma per un'ambigua tassa, obbligatoria per ogni stato attraversato, fino alla California…..una postilla pazzesca o una furba trovata! (ora il noleggio auto e' a buon mercato e all includes).Così decisi di partire con il Greyhound.

Non realizzai immediatamente che la scelta effettuata era proprio quello che stavo cercando: viaggiare sul bus americano per eccellenza; il levriero che aveva caratterizzato per anni tutti gli spostamenti del popolo semplice e povero di tutti gli Stati confederati. Quello era il modo più veloce e concreto per vivere determinate situazioni, intense, On the road, che desideravo conoscere; un contatto diretto con la genuina, e anche grezza (in alcuni casi) nuova generazione yankee. Inoltre il viaggio presentava un bassissimo costo, solo 100 fottuti $, senza tralasciare un altro piccolo particolare, come farsi scappare un'atmosfera alla Uomo da marciapiede….

Una volta fatto il biglietto decisi di recarmi all’inizio della ROUTE 66; volevo immortalare, prima di partire, la fonte della strada più famosa d’America, dove tutto aveva inizio!!!Il punto esatto si trovava in Ogden avenue, Chicago, Illinois.
Con il mio borsone in spalla feci le solite due miglia per arrivare al metrò. Arrivai in Ogden, e subito mi accorsi che la strada era lunga come una dannata tangenziale.Merda.
Feci una pausa, poi chiedendo informazioni, arrivai in un’officina meccanica immensa.
Il padrone era al telefono e con la mano mi fece segno di entrare. Aspettai fino alla fine della conversazione, nel frattempo, mi sedetti su un vecchio divano. Erano giorni che camminavo senza fermarmi, la febbre americana non mi faceva sentire la stanchezza. Ora era alla porta e bussava forte, crollai.
Il proprietario dell’officina riappese il ricevitore, mi guardò;sorrise di fronte al mio pietoso stato. Poi chiese:”Sei italiano?’’Si’ dissi, e lui:”Anch’io,sono Tony Soprano”!!!

5)Ma i Soprano non venivano dal Jersey ????

No,non si chiamava Tony Soprano, ma quello che avvenne nelle successive ore mi indusse a soprannominarlo in tal modo. Ci presentammo a vicenda, dichiarandoci le nostre città di origine. Lui era nato nel sud d'Italia, conservando ancora un lieve accento.Trapiantato negli Stati Uniti da ormai quarant'anni, aveva negli occhi quella nostalgia che molti italiani elaborano all'estero e costudiscono nel cuore.
Si era imbarcato alla sola età di diciassette anni per raggiungere la Nuova York insieme ad un suo amico, proprio su una di quelle navi che avevano fatto la storia dell'America e della Statua; in un secondo tempo si erano trasferiti a Chicago. Il suo compagno di viaggio, anch'egli italiano, diventò suo socio, in quella che era l’officina più grande che avessi mai visto.
Mettendomi una mano sulla spalla, mi portò fuori dalla porta dell’ufficio, e una volta in strada mi cominciò a parlare di quei tempi, con una lingua mistoinglese:

“...Sai gli itagliani non erano visto bene, ci chiamavano Deco,comm
parola dispreggiativ..,intendevano che eravamo qualcoss di tipo
zingaro, queta parola pare intendess allusiv a Cristoforo Colomb...
I primi anni stato dure, sempre lavoro. Piane piane erane tante
gli itagliani arriva a' America.Vedi quel palazzoo era stato fatto costrui' da Al Capone e sotto il ristorant che dava da mangia' gratis, free a tutti gli emmigrate.
Al Capone non ere cattiv', come dicon tutte, si, si ammazzaven, ma soll tra de lor.
Tra gangstern', ma con gli itagliani era buone.Capone era padrone di tutta city, da Jefferson a Washington avenue commanndav tutta city…..poi qualche anno fa figlio di Al hann arrestat pe unn scipp' de borsa-bag a una donna.Che figur’e merda!! Adesso Capone jr. vive a Los Angeles”..

Mentre parlavamo, cominciarono ad arrivare alcuni signori su lussuosissime automobili; tutti sulla cinquantina, più o meno, e tutti elegantissimi. A vederli così ben vestiti si poteva pensare a qualche cerimonia: matrimonio o battesimo.
Invece era una giornata qualsiasi…Notai, su quasi tutte le loro mani, numerosi anelli preziosi.Qualcuno lo indossava solo al mignolo. A turno mi si presentarono, tutti molto educatamente, e quasi tutti erano italoamericani. Solo dopo qualche secondo, capii che la loro estrema cortesia, nei miei confronti, era dipesa dalla mano che “Tony” teneva sulla mia spalla…… In quell’istante stesso, capii che qualcosa mi era sfuggito di mano, temevo di essermi ficcato in un bel casino, e dove cazzo fossi finito era la domanda che la testa cominciava a moltiplicare.Tony mi guardò e disse, rassicurandomi: Non preoccupare, tu oggi sei ospite miio”.
Merda, tirai un sospiro di sollievo.
Tony fece segno ad un ragazzo di raggiungerci; il ragazzo scattò subito.
Ci presento'; si chiamava anche lui Alex.Dopo aver preso dalle mani di Tony un mazzo di chiavi, si precipito' alla macchina dietro le nostre spalle:la più sfavillante tra tutte le presenti.
”Portalo dove vuole,fagli vedere la vera face de city" disse Tony,battendomi la spalla,ed io salii.

Alex, il ragazzo alla guida, faceva intendere di non essere un cretino, anche se probabilmente, rappresentava in ordine d’importanza uno degli ultimi componenti di quella simpatica famiglia. Mi potesse venire un accidente, questo Alex era il sosia di Ray Liotta (proprio quel Ray Liotta dal film "GOOD FELLAS"-Quei Bravi Ragazzi). Questa affermazione potrebbe suonare come una coglionata, visto il caso e anche le circostanze, ma a confermare la mia teoria, esiste una foto, in grado di provarlo.
Gli interni della macchina erano top elegance, con impianto stereo hi-fi….
Alex sintonizzò il tuner su di una stazione radio che trasmetteva esclusivamente canzoni degli Aerosmith.YEAH!...
Guidando e cantando, stavamo visitando i posti più noti di Chicago: Marina city, l’HOUSE of BLUES, il M.J.stadium, il sottopasso usato per il film The Blues Brothers (VIETATISSIMO l'accesso per molte auto durante determinate ore, Alex entro' senza pensarci due volte...), e alcuni quartieri rinomati e meno.
Chiesi ad Alex di portarmi all’inizio della Route 66.
La mia richiesta gli risulto' singolare, forse avrei indossato la stessa espressione se qualche turista mi avesse chiesto, a Milano, di portarlo in C.so Sempione...
Ci pensò qualche minuto, poi ricordò dove si trovasse.
ECCOLA ! ROUTE 66, La fonte, lo start di quella mitica e leggendaria strada madre.
Eravamo in un vicolo, strada senza uscita; un muro molto vecchio, grezzo, riportava la lieve scritta opaca: ROUTE 66, fatta con la vernice.
Wow, stavo di nuovo fantasticando;chissà quante persone avevano cominciato da quel punto infinite avventure, fughe e viaggi senza ritorno.
Mi sentii pienamente soddisfatto; il primo vero obbiettivo, nel mio tanto sospirato viaggio, era stato raggiunto.
Ogni tanto Tony chiamava sul telefono mobile, per sapere se la nostra gita stesse andando per il meglio.Finimmo il giro turistico sulla spiaggia di Chicago, alquanto singolare, per una citta' cosi fredda. Una vera e propria spiaggia, bianchissima, con ombrelloni e sdraio, e sopratutto con i bagnanti...
Tornammo all'officina; Alex era stato simpaticissimo e anche un ottimo driver, un vero "American Boy".Entrando di nuovo nell’ufficio di Tony, vidi una signora, dall'aspetto italiano, con una casseruola da cucina in mano.
Aveva cucinato pasta e patate all’italiana per il sottoscritto,”ordinata” da Tony qualche ora prima.Bellissima sorpresa; feci un enorme sorriso e asciugai tutto come un vero coyote, facendo anche la scarpetta.I presenti risero, e anch'io.....
Finito il succulento piatto, realizzai che il mio Greyhound era in partenza.
Non volevo essere scortese ma era arrivato il momento di andare. Ringraziai e feci per prendere il mio borsone, quando Tony, si alzò dalla sedia.
Bisogna credermi se dico che il gesto non passò inosservato;
mi si avvicinò deciso e disse:”Oggi sei ospite mmioo, puoi staa' qui!!
Cazzo, suonava come una vera e propria minaccia.
Sfoderai tutta la mia gentilezza, ringraziai nuovamente, ma spiegai a Tony che dovevo veramente andare, era una questione di tabella di marcia... ?!?
Tony cercò nuovamente di insistere, magari meno deciso rispetto al primo tentativo, offrendomi totale ospitalità, ma capì che ero irremovibile….si...…insomma…ecco…mi lasciò andare....
Tony invitò nuovamente Alex ad accompagnarmi alla stazione dei bus.Prima di salutarci definitivamente, fece un cenno ad un suo uomo; lo stesso interpellato, tornò poco dopo con due panini enormi, giuro, incredibilmente enormi.
Non dimenticherò mai la gentilezza di Tony; credo di essergli risultato simpatico,e.........
..di esser stato fortunato.
Salutai tutti i presenti e salii sul sedile posteriore della bellissima auto guidata da Alex. Tony si avvicino' al finestrino e mi diede un biglietto con un numero di cellulare:
"Se dovessi avere qualsiasi problema,contattami".
Loro avevano amici in tutti gli States..........!

6)Rotta verso S. Louis

Le stazioni dei Greyhound, nelle grandi città statunitensi, si trovano sempre nelle zone più squallide, probabilmente perché tutti quegli autobus è preferibile tenerli in punti periferici.Non è difficile riconoscere dall’esterno una stazione dei famosi pullmans; solitamente, le entrate sono affollate dalle persone più disparate.
Tra questa varietà di elementi ci sarei stato anch’io da lì a poco…….
Il mio Greyhound sarebbe partito alle 9.00 pm.
Alex mi lasciò verso le 8.00 pm davanti alla porta d’entrata delle corriere; lo salutai e mi diressi verso il settore A, destinazione Los Angeles. Nella stessa fila si trovavano una coppia di europei, cinque ragazzi neri vestiti in egual modo: bandana nero, magliette bianche e jeans larghi...., una ragazza australiana, alcune signore, di mezza età, devastate dalla vita, e un'intera famiglia di Amish.Gli Amish sono una comunità religiosa molto comune, diffusa negli Stati Uniti, con regole molto ferree, vestiti di nero, assolutamente monogami e severamente autoesclusi dalla società. Le donne della famiglia Amish guardavano perennemente il pavimento, come se fossero obbligate a non incontrare sguardi estranei…….un po’come alcune donne usano ancora fare in alcune zone d'Italia...! ????!!!!???!!!?!??!

Il cielo di Chicago non prometteva niente di buono, quelle raffiche di vento che avevano accompagnato tutta la mia permanenza nella windy city per eccellenza, erano aumentate; nuvole nere facevano capolino e qualche goccia di pioggia cominciò a cadere, tradendo la loro presenza attraverso i vetri della stazione.
Finalmente partimmo; prima tappa S.Louis, la pioggia era diventata incessante, e mentre ci accingevamo a raggiungere la Highway si trasformò in grandine. Era buffo il rapporto direttamente proporzionale tra l’accelerazione dell’autista e la velocità di caduta della grandine, pareva una sfida tra loro due. I vetri appannati e la notte calante non permettevano nessuna visuale esterna al bus. L’autista, grosso e di colore; sicuramente con il nome di Bubba, spremeva al massimo il pedale e la velocità raggiunta non faceva invidia ad un aereo…….oooooohhhh!..O quasi.
Chiesi al ragazzo seduto di fianco se tutti gli autisti usavano guidare in quel modo.
La risposta fu positiva….positiva un bel cazzo.
Accesi il mio walkman e ascoltando west-coast mi rilassai. Nel giro di un paio d’ore arrivammo a Saint Louis, era notte fonda e l’unica cosa visibile, oltre alle luci della città,era la costruzione architettonica, a forma di ferro di cavallo capovolto, altissima che caratterizza la citta'.
A S.Louis cambiai autobus; il primo era antiquato, mentre ora mi trovavo su un Greyhound di ultima generazione, compatto e moderno, motore ruggente, full optionals. Anche l’autista era stato sostituito....e la cosa non mi dispiaceva affatto. Smentendo l’affermazione del mio vicino di sedile, il nuovo conducente procedeva con un’andatura da crociera.
Ripartimmo dopo una mezz’ora di sosta, la notte era gelida.
L’autista chiuse le porte, stavamo lasciando l’Illinois…mi addormentai.


7)Nulla per miglia,poi di colpo una stronza………………..

"I’m a cowboy, on a steel horse I ride
I’m wanted dead or alive"
.Aprii gli occhi e notai che il sole era riuscito a sostituire le tenebre. I passeggeri erano silenziosi, risi; ero in viaggio da qualche manciata di ore e cominciai a rendermi conto che mi stavo seriamente allontanando da casa.. AHHHH, volevo gridare dalla gioia, forse quel maledetto elastico era stato reciso; stavo attraversando il cuore della America come un bisturi preciso che compie il suo nefasto compito. Mi persi nei miei pensieri ,catapultandomi in viaggi mentali.“Ricercato vivo o morto”; il bus scivolava sulle nuove strade del Missouri, da qualche ora non incontravamo che campi e terreni.Ero lì, pronto, in attesa di vedere qualcosa di tipico, di particolare, qualcosa A STELLE E STRISCE...
Ma oltre all’ASFALTO, sulla nostra strada non c’erano che campi.
Ero assetato di panoramiche americane, immagini leggendarie, ma non venivo per il momento accontentato. Riflettevo sul colpo di fortuna capitatomi optando per il bus; voglio dire, oltre a risparmiare una notevole somma, non avrei guidato, potevo riposarmi e godermi il…..NIENTE.
All’inizio, credetti di aver perso l’obiettivo prepostomi, quello di percorrere la ROUTE 66, visto che prevalentemente il levriero attraversava le autostrade interstatali, ma mi dovetti ricredere; in realtà il gigantesco bus era obbligato a calcare ancora lunghi tratti della main street, a tal punto di averla fuori dagli occhi.
Altra sosta.
Eravamo a Joplin, un paesino del Missouri fermatosi agli anni ’50;le case, i vestiti delle persone che incrociavamo e le loro macchine sembravano rivivere l’American Graffiti's style. Joplin mi diede una piccola soddisfazione rispetto alle successive ore; saremmo entrati in Oklahoma, uno stato di solo prati e campi.
Ad ogni fermata salivano e scendevano, solitamente in egual modo, lo stesso numero di persone; la sosta durava all’incirca quindici minuti e i visi che caricavamo, rispecchiavano nettamente il luogo da loro lasciato e di provenienza.
Nella città di Springfield montarono due ragazzi;alto il primo e piccolino il secondo, erano fratelli. Il più grande, Jesse,mi sorrise.
Aveva solo sedici anni, ma dall’aspetto e da come parlava sembrava un tipo vissuto, o almeno ricco d’esperienza. Andavano a S.Francisco a trovare la madre e il nuovo compagno di quest’ultima; il fratellino di Jesse, di soli dieci anni, non appariva per nulla nuovo a viaggi del genere, indifferente a quell’atmosfera adulta, pareva essere su uno "school bus". La realta' era nettamente opposta; il prezzo decisamente basso del biglietto del grigio levriero, favoriva l'imbarco di passeggeri al quanto strani, bizzarri, curiosi e talvolta anche pericolosi.
Jesse ripeteva in continuazione, di provenire dalla citta' di Springfield Missouri, visto che ne esisteva uno anche in Illinois e non solo...(forse altri 50 in tutti gli U.S.); la cosa era riproposta come una cantilena. Scesi con Jesse e il bambino per la prima volta a Tulsa,Oklahoma, per sgranchirmi le gambe. Hey, ero nella città di Rusty-James.
Non potei vedere molto, essendo recluso, per modo di dire, nella stazione di servizio.
Gli autisti raccomandavano in continuazione di non allontanarsi dal gruppo, facendo intendere palesemente, che non avebbero aspettato nessuno, in caso di ritardo alla partenza.I palazzi che si affacciavano davanti proponevano la classica facciata americana, ricordandomi lo squallore delle case nel film Rusty il selvaggio.Tulsa e' una citta' decisamente NON ricca; ricordo delle enormi scale antincendio esterne ai palazzoni, qualche meticcio con cappello da cow-boy, e un lieve cambiamento di clima;stavamo lasciando le temperature rigide del cosiddetto middle-east, dirigendoci verso quelle più miti del New Mexico.

Il viaggio continuò, silenzioso, fino ad Amarillo, una città del Texas.L’autista fu sostituito in sosta. A dargli il cambio, una donna, grossa, brutta e stronza…….


8)Texas,la polvere del deserto.

Arrivando ad Amarillo era di nuovo notte; avvertii immediatamente il profumo dell’aria.
Nel Texas l’aria è ruvida, tesa e contiene l’odore acre di bestie selvatiche; quella brezza notturna trasportava con se migliaia di granelli di polvere del deserto.
Di fronte alla bus-station, un cow-boy, si agitava nel cuore della notte. Stava sistemando una decina di lazzi, li faceva schioccare in mezzo alla strada per poi arrotolarli e riporli nella sua auto (l'auto aveva sosituito il cavallo ?!?).
Il cow-boy, magro, asciutto, pelle e nervi; aveva la faccia scavata, probabilmente dal tipo di lavoro, forse il deserto, forse l’alcohol…..
Mentre ero rapito dalla maestria di questo moderno mandriano, sentii gridare alle mie spalle. Mi voltai per capire cosa stesse accadendo.
Noati che l’autista del bus era stato sostituito, da una donna molto robusta, con occhiali e capelli raccolti all’indietro. Brutta, acida e nervosa;era stata lei a gridare, contro un ragazzino, un bimbo, che sporgeva la testa nel bus (cosa vietata durante le soste per evitare furti o atti vandalici), ma non giustificava tale violenza verbale.
In quei momenti il mio settimo senso mi dice sempre male; la filibustiera, infatti, ci fece salire in fretta e furia e partì a spron battuto verso lo stato del New Mexico.
Pochi minuti dopo aver imboccato la highway tutti i passeggeri cominciarono a guardarsi tra loro; la nuova conducente era impazzita, iniziando a gareggiare con i giganteschi Trucks come presa da un raptus di follia.
La sua guida nervosa e spericolata era aggravata dalla velocità pazzesca che l’autobus aveva preso.Tra le risate nervose e lo stupore di tutti i passeggeri, mi rivolsi ad un ragazzo dell’Arizona che si era unito a noi ad Amarillo.
Io e Jesse lo stavamo aizzando, verso la grossa, odiosa, pilota.
Questo teppistello dell'Arizona si mosse, ma molto lentamente, e mentre si avvicinava all’autista un po' (parecchio) mascolina, cercava con lo sguardo le approvazioni da parte mia, di Jesse e degli altri viaggiatori.
”Go,go”gli ribadimmo, sussurrandoglielo.
Il ragazzo chiese qualcosa a quell'energumeno di sesso femminile e tornò subito a sedersi, o meglio a cuccia……
”Cosa ti ha detto????” subito tutto il bus chiese.
La risposta del corridore in gonnella era stata sbofonchiante; riteneva di poter guidare come meglio credeva, visto che la sua attività era iniziata alla sola età di quattordici anni……"’Sti cazzi", tutto il bus disse all'unisono, non so in quale lingua.....
Un’ora dopo aver lasciato Amarillo, stavamo entrando in un piccolo paesino chiamato Tucumcari nel New Mexico.Scesi.
La pazza mi guardò, domandandomi se la mia decisione fosse influenzata dal suo sesso, cioè, donna.”No”, risposi, ”ma solo una stronza può guidare così”....

9)TORNADO

La lite tra me e la lesbica con il volante durò pochi secondi. Mentre aspettavo la restituzione del bagaglio, Jesse, il fratellino, il ragazzo dell’Arizona e altri, si erano messi alle mie spalle e annuivano a qualsiasi mia parola; la donna stava cercando di nascondere la rabbia, poi risalirono tutti e scomparvero.
Erano le 3.00 am; diverse ore che non dormivo ed ero l’unico essere umano a girare per Tucumcari.Sentii il rumore dell’autobus, oramai lontano, e in quella piazzola solo versi di animali selvatici e lupi. Ero stanco e volevo dormire tradizionalmente.
Al primo motel che incontrai mi dissero di essere al completo; proposi alla custode di farmi dormire sul divano……ridendo, mi indicò il motel di fronte. Non lo avevo visto, oltre alla stanchezza e al nervoso dovuto alla cicciotella in divisa, il secondo motel aveva solo una lucina fioca. Mi diedero una camera lussuosissima per pochi dollari.???? Accesi la tv e ..........non ricordo piu' nulla.
La mattina seguente uscii sul balcone della mia stanza, una bandiera americana sventolava nella piazza sottostante; feci colazione abbondantemente, seguita immediatamente da un pranzo farcitissimo.Ero in mezzo ai cow-boys, stavo mangiando piatti tipici, ma l’atmosfera non era rozza, anzi; le cose erano sicuramente cambiate dai tempi di John Wayne,… …questi erano ricchi, cellulari, belle donne, macchine costose…..solo i loro lineamenti non erano cambiati, sempre duri e profondi.
Finii di pranzare, salutai i camerieri, sempre gentili e mi diressi al motel; ripresi il mio bagaglio, rubai un litro di the dalla loro macchina alla spina e corsi alla fermata.
Ecco arrivare il mio nuovo Greyhound.
Si aprirono le porte del bus e …NOOOO !!!!!
Incredibile….alla guida di questo bus, fresca come una rosa, c’era la pazza della notte precedente, mi caddero le braccia, diciamo…..
Ammetto che non riuscii a pronunciare parola.Ero incredulo davanti a tanta...sfiga!
Per fortuna, e per miracolo, era pronto un nuovo autista. Sorrisi.
La guardai mentre ci allontanavamo; anche lei seguiva il bus con lo sguardo, mi toccai le palle……!Knock on wood.....

Qualche ora dopo aver lasciato Tucumcari, il cielo diventò nero, eravamo ancora nel Nuovo Mexico. Un passeggero indicò l’orizzonte spaventato e una nube buia ci investì di colpo. Erano solo le 5.00 pm e sembrava notte. La pioggia era fortissima, quando da lontano vidi dei mulinelli d’aria; non avevo ancora realizzato cosa stesse succedendo, mentre tutto l’autobus gridava…….. Help:TORNADO!!.....
L’autista accelerò, e credo anche tutti i passeggeri con le chiappe; era buio pesto, incredibile, infernale. Improvvisamente, smise di piovere; calò una strana calma, sul bus, nessuno fiatava. Regnava il silenzio totale;si vedevano scariche elettriche formarsi nel vuoto e sul nostro tetto, mentre i mulinelli erano diventati uno. In quella spaventosa atmosfera, provai una strana sensazione di sollievo; mi sentivo in pace, si, nell’animo, nell’occhio del ciclone, in pace con me stesso. Chiesi al mio nuovo vicino di posto, se correvamo pericoli…..
Questo, un marinaio in pensione di centocinquanta Kg, disse ridendo: ”Se il tornado ci prende, ci sbriciola come coriandoli”. Cosa cazzo ci fosse tanto da ridere, me lo chiedo ancora oggi…bah!
L’autobus correva verso la luce, la fine del tunnel, o la fine di tutto……Tornado!

10)E’vero,volevo vedere le gangs,ma non così da vicino!!

Già, chi me lo faceva fare; ero stato sparato da Chicago come un proiettile verso la California; avevo incontrato la schizzata del volante e l’avevo scampata, mi ero fermato a Tucumcari nel cuore della notte, visto che non avevo problemi né di tempo né di soldi. Adesso mi trovavo nel mezzo di un dannato ciclone, e non volevo scendere. Niente mi avrebbe fermato, L.A.sapeva che stavo arrivando…..

…Si vedeva chiaramente la fine di quell’incubo in lontananza, ma quanto lontano?
Come l’uscita da un cunicolo; la luce formava una porta immaginaria, virtuale, ed attraversarla era l’ambizione di tutti i passeggeri. L’autista, appariva agli occhi della comitiva come un eroe salvatore misto ad un robot programmato per quell' automezzo; credo che nessuno avrebbe voluto trovarsi al suo posto.
Superato il nucleo dell’uragano, la pioggia ricominciò a cadere violentissima, rendendo impossibile la visuale; il Tornado però si era allontanato e la speranza si stava facendo avanti.Fummo colti dallo stupore, tutti i presenti; la vista della successiva direzione presa dal gigantesco pullman, caratterizzo' quel diabolico momento.
Il conducente invertì di colpo la rotta, mettendosi a correre nel senso opposto a quello percorso finora."Cazzo,questo è un altro sciroccato", pensai.
Non solo non riuscivamo a capire cosa stesse combinando quel folle patentato, ma era palese la situazione che ci si sarebbe riproposta una volta tornati all’interno del nucleo
del Tornado. Qualche parola venne pronunciata dai viaggiatori, ma non erano pensieri affettuosi…o auguri di lunga vita.....
Durò tutto pochi minuti, poi il colpo di scena.
Capii subito che l’autista non era uno stupido, bensì un genio. L’uomo al volante invertì nuovamente la rotta, mettendosi in coda ad un altro Greyhound che stava viaggiando alle nostre spalle, e che nessuno aveva potuto notare in quel buio infernale.
Questo secondo Greyhound ci permetteva di seguirlo facilmente, senza tanti problemi di visibilita'. Pioggia e grandine non erano piu' un problema.
Un’applauso partì all'unisono da parte di tutti quelli spettatori in quel cinema mobile.
Stavamo uscendo fuori da quel rocambolesco agente atmosferico; un sospiro di sollievo venne tirato all’unisono, riportando la normalità tra quei sedili sudati…….
Entravamo contemporaneamente in Arizona; il grosso marinaio mi guardò, con la testa annuiva, come dire: Ti sei salvato il culo,bello!
Ormai il New Mexico era un ricordo.
Nella notte sostammo a Flagstaff, Arizona. Decisi di fermarmi una seconda volta.
Presi il mio bagaglio e cominciai a camminare per le strade deserte, confuso e stanco.
Feci diversi tentativi, prima di trovare un motel libero ed economico; alcuni non mi avevano neanche risposto al citofono, forse vista l’ora…?
Trovai la stanza più brutta dell’Arizona, e non era neanche a buon mercato.
La stanchezza si era impossessata del mio corpo, mi sedetti su quel letto pulcioso e svenni.
…Driin,driin…poche ore dopo squillava il telefono, ma chi poteva sapere che mi trovassi lì in quel buco di Motel? TONY???!!!
Risposi.Era la padrona del motel, una stronza; voleva sapere se mi sarei fermato anche la notte successiva, e lo voleva sapere alle 8.30.
Maledetta puttana!!!!!Questa insisteva; non solo avrei dovuto informarla dell’eventuale ulteriore pernottamento, ma mi stava avvisando della fantastica maggiorazione del prezzo della camera, visto che cascava di venerdì,e in America il weekend costa quasi il doppio.
“Siiiii,va bene”, dissi scocciato, ”ma lasciami dormire” e riappesi.Puta de mierda.
Mi risvegliai intorno alle 11.00, rintontito, avevo le vertigini; la stanza girava e non capivo chi l’avrebbe fermata quella topaia di giostra……Avevo fame, e volevo farmi una doccia; mi spogliai, controllai l’acqua e mi ficcai sotto quel getto tiepido, sfigato.
Stavo per uscire dal bagno, tamponandomi con gli asciugamani devastati dai precedenti clienti, quando un rumore proveniente dalla stanza da letto colse la mia curiosita'.
Balzai come un lupo nella camera, anche perché avevo soldi e documenti sotto il cuscino. Arrivando di corsa, trovai due ragazzi, indiani-americani credo, con teste rasate e coperti dai tatuaggi; entrambi indossavano magliette larghe di qualche squadra di football. Erano di una gang? Sicuramente, e cosa volessero da me la successiva domanda. "EHIIIIII,”What ta fuck you do?"gridai.
I due balordi uscirono di corsa,sorridendo....
Gesù, ero nudo in mezzo a quella stanza puzzolente, con il cuore che batteva a mille e neanche un coltello.....Avevo avuto il mio primo e ravvicinato contatto con due gangsta, forse troppo vicini; ero arrivato gridando e incazzato, ma mi stavo solo facendo coraggio da solo, la merda era vicino al mio collo…..
Controllai la maniglia della porta, fuck,era rotta.Non me ne ero accorto la notte precedente, troppo rimbambito per vedere anche un fungo atomico…..
Mi asciugai e uscii per mangiare un boccone; qualche colpo di clacson partiva dalle macchine che costeggiavano il mio marciapiede, qualcuno mi salutò…booh!?
Volevo mangiare in uno Starbucks, (imitazione del bar italiano, probabilmente piu' pratico e fornito di dolci freschi e caffè di varie miscele; lo avevo visto a Chicago e ne ero rimasto entusiasta);purtroppo a Flagstaff ce ne era uno solo, pieno di universitari snob.Snob?! In Arizona?mmh.
Entrai in un supermarket, comprai del pane, pomodoro e della mozzarella…..gia' la classica miscela italiana, ma avevo voglia di un sandwich di casa.
….bèh simil mozzarella; beh simil pane, beh...
Tornai al motel, pagai quella stronzona della padrona, e mi ritirai a mangiare in camera davanti alla tv. Al telegiornale parlavano di Motley Crùe e Guns & Roses, strabuzzai gli occhi; ero sulla "route66" sintonizzato sul giusto canale, ed era un canale principale, non una televisione privata, sfigata e ghettizzata! Questa era la televisione americana !!
Misi una sedia attaccata alla maniglia della porta, e dormii per due giorni.
Mi svegliai spesso, ma non mi alzai mai dal letto, riprendendo ogni volta facilmente il sonno.Il terzo giorno, resuscitato, portai la mia figura in zona stazione, buttando un occhiata a Flagstaff. Era una brutta giornata e di primo acchito non mi sembrò esserci niente di interessante in quel piccolo paesino dell’Arizona.In realta' mi trovavo a pochi chilometri dal Grand Canyon, purtroppo però non era semplice raggiungerlo; avrei dovuto prendere un bus speciale, inoltre..bla.....bla…
Alle 3.00 pm il mio Greyhound stava nuovamente sfrecciando verso destinazione.
Rock n’roll, salutavo anch’io le macchine, ma non suonavo clacson…….


Continua >>>

Testo a cura di Dallas $cotch fl@wer, per gentile concessione ad America on the road, riproduzione vietata senza autorizzazione

Postato il Domenica, 18 dicembre @ 12:05:03 CET di AOTR-admin

 
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