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EAST COAST ON THE ROAD - parte 2 - a cura di Alessia
20-Vostri Racconti

Un racconto di Alessia

..continua....

 



09 Agosto 2006 – Washington – East Brunswick

Ci svegliamo di buon’ora con l’intenzione di trovare i biglietti per salire sul Monumento a Washington ma quando arriviamo alla biglietteria vediamo lo stesso cartello che dice, a chiare lettere, che i biglietti sono esauriti. Ma com’è possibile? Sono le 10 del mattino e la vendita comincia alle 9,30…. Ci viene il dubbio che questi biglietti non esistano, oppure che ci sia qualche modo per pre-acquistarli. Mah… Rinunciamo a malincuore e vediamo se si riesce almeno ad avvicinarsi un po’ di più alla Casa Bianca. Entriamo al visitor center ma scopriamo che per visitare la Casa Bianca dall’interno bisogna richiedere un pass con più di due mesi di anticipo. Così ripieghiamo su una visita dei dintorni guidata da un ranger che, molto gentilmente, ci spiega un po’ di cose sulla vita nella grande casa, sull’arrivo di eventuali ospiti, sulle usanze durante il periodo natalizio ecc… è un giretto breve ma interessante dopo il quale prendiamo la metropolitana e ci dirigiamo a Dupont Circle, un quartiere residenziale dove ora sono riunite tutte le ambasciate e dove si possono trovare un sacco di ristoranti.
Torniamo in hotel, riprendiamo valigie e macchina e ci mettiamo in strada, direzione New York.
Come tutte le lunghe tappe in questo viaggio, decidiamo di avvicinarci il più possibile alla meta ma di pernottare in un motel sulla strada, così da arrivare presto l’indomani ma riuscire, allo stesso tempo, a risparmiare un po’ sulla notte.
Ci fidiamo dei motel americani. Ormai l’esperienza ci ha insegnato che sono tutti molto puliti, accoglienti, confortevoli e assolutamente a buon mercato. Quest’anno poi ci siamo fatti furbi, cercando nelle aree di sosta sulla strada i giornali con i discount. Usando i coupon, infatti, siamo riusciti a pagare una camera doppia con colazione e parcheggio inclusi una vera stupidata…
Decidiamo di fermarci in prossimità di un piccolo paesino chiamato East Brunswick, ancora nel New Jersey, ma molto vicino ai confini di New York city. Optiamo per un Days Inn, che fin’ora non ci ha mai deluso, e per una magnifica e succulenta bistecca in una steak house del posto, tipicamente americana, dove probabilmente siamo gli unici turisti degli ultimi venti anni…


10 Agosto 2006 – New York

Eccoci qui, nella grande mela. Sono le dieci del mattino e l’impatto è travolgente. Arrivando in macchina, non appena passiamo il tunnel per entrare a Manhattan ci avvolge il caos: macchine, camion, taxi, tutti che suonano il clacson, che cercano di immettersi nelle corsie a destra o a sinistra, che urlano fuori dai finestrini, che si agitano… Aiuto!
Saprò cosa rispondere alla prima persona che mi dice che a Milano c’è traffico…
Con cartina alla mano e anche un po’ di apprensione (ma qui guidano come matti!) riusciamo dopo un’ora a raggiungere il Mansfield Hotel sulla 44esima. Lasciamo i bagagli in camera (piccolissima ma confortevole, ben arredata e pulita) e ci precipitiamo a lasciare la macchina all’Avis.
E così inizia la nostra visita di New York coi piedi per terra ma il naso all’insù…
New York è una città che ti prende l’anima: all’inizio ti spaventa e ti inquieta: la confusione, la quantità di gente in ogni luogo e a tutte le ore, le luci, le voci, i rumori, i clacson, il traffico, i grattacieli… tutto sembra creare una confusione tremenda. Ma poi pian piano, di quella confusione ci si innamora e si cominciano ad apprezzare i bei negozi, le strade ampie, la possibilità di fare qualsiasi cosa si voglia a qualsiasi ora, la comodità di girare in metropolitana anche in piena notte, la facilità di trovare un taxi in ogni angolo…
Cominciamo la nostra visita dal palazzo delle Nazioni Unite, molto vicino agli uffici dell’Avis dove abbiamo lasciato la macchina. Ci dirigiamo poi, verso Rockfeller Center, entriamo nel negozio (mega-negozio…. ma qui è tutto minimo a 3 piani) degli studi televisivi dell’Mbc e poi ci buttiamo sulla Quinta strada, entriamo nella St.Patrick’s Cathedral e passeggiamo fino a Times Square.
Ci sentiamo ubriachi e un po’ confusi. E’ una sensazione strana, che quando arriviamo in Times Square si moltiplica all’istante.
Times Square non è una piazza, come avevo immaginato più volte, ma un incrocio di vie e un crogiuolo di luci, colori, schermi su cui vanno in onda filmati, video musicali, pubblicità a ciclo continuo, immensi cartelloni, insegne luminose dei teatri e chi più ne ha più ne metta… C’è talmente tanta gente che non si riesce quasi a camminare e tanta di quella polizia che rimaniamo un po’ sconvolti ma positivamente colpiti.
Entriamo in qualche negozio di souvenir (ce ne sono uno dietro l’altro) e in altri più tipicamente turistici come l’Hard Rock Cafè o Footlocker ma ecco che in un paio di minuti si scatena un temporale tremendo e il cielo diventa tutto nero.
Ci ripariamo in un negozio e aspettiamo che passi… Mezz’oretta al coperto e c’è di nuovo il sole…
Torniamo in hotel, che scopriamo essere a un isolato da Times Square e a un isolato dalla Quinta: perfetto! Ci riposiamo un po’, facciamo una doccia e usciamo per cenare.
E’ la prima sera, ci dobbiamo ambientare così decidiamo di rimanere in zona. Ci stupisce la quantità di gente che c’è in giro fino a tarda ora. Sembra pieno giorno e non viene neppure voglia di andare a dormire perché sembra che tutti siano ancora in piena attività. I negozi sono quasi tutti aperti, la metropolitana funziona a pieno ritmo, le luci illuminano le strade come se fosse pieno giorno… ma siamo davvero stanchi e domani ci aspetta un’altra bella camminata.

11 Agosto 2006 – New York

Oggi vogliamo dedicare la giornata alla statua della libertà e a Ellis Island così ci dirigiamo di buon’ora verso Battery Park. La giornata è stupenda, il cielo è blu, senza una nuvola, ma non si muore di caldo come temevamo. Anzi, mattina e sera quasi ci vuole una felpa, capo immancabile anche durante il giorno per quando entriamo nei negozi o negli edifici pubblici dove l’escursione termica, a causa dell’aria condizionata, è elevatissima.
Facciamo i biglietti per il traghetto, ci imbarchiamo, e in pochi minuti ci si apre una visuale stupenda dello skyline di Manhattan da una parte e della famosissima Statua della Libertà dall’altra.
La statua è davvero possente, e le foto si sprecano. Purtroppo anche qui, per salire fino in cima bisogna richiedere dei pass speciali con mesi d’anticipo e noi non ci siamo attrezzati.
Riprendiamo il battello che da Liberty Island ci porta fino a Ellis Island, l’isola in cui un tempo arrivavano gli emigranti desiderosi di iniziare una nuova vita in America. L’intera isola ormai è stata trasformata in museo e si può fare tutto il percorso che i nostri antenati erano obbligati a fare una volta sul suolo americano: dalle file per l’immigrazione, ai controlli medici, ai dormitori… Ci sono ancora i veri bauli utilizzati per viaggiare, un sacco di foto che ritraggono la gente dell’epoca, i passaporti usati, i volantini che pubblicizzavano i viaggi oltreoceano. E’ davvero strano pensare a quanta fatica si facesse un tempo a giungere fino a qui, se paragonato alla facilità con cui viaggiamo oggi, alla povertà che spingeva le persone a partire, alle fatiche a ai disagi che erano costretti a sopportare durante il lunghissimo viaggio, con la paura di essere respinti, una volta arrivati, perché magari erano malati, o perché soffrivano di qualche problema.
Dopo il giro molto toccante riprendiamo il battello e torniamo a Battery Park, da cui ci dirigiamo a piedi verso Wall Street: facciamo le foto di rito alla borsa, più volte vista nel film, e poi continuiamo verso Ground Zero.
Le parole non sono abbastanza per descrivere la sensazione che ti coglie quando si guarda quel buco enorme lasciato dalle torri, ora trasformato in cantiere per la costruzione della torre più alta del mondo. Immediatamente si percepisce il dramma, la paura, il dolore, la confusione di quei momenti. Ci sono foto che ritraggono le torri ancora al loro posto e per noi, che non le abbiamo viste dal vivo, sembra quasi impossibile che potessero essere così alte e così maestose. E ancora più impossibile che possano essere state abbattute in quel modo… ci sembra quasi di vedere il fumo, la gente che scappa, la torre che crolla su se stessa… abbiamo la pelle d’oca.
Visitiamo la stazione dei pompieri che per prima ha risposto all’allarme: ci sono altari dedicati agli uomini morti quel giorno, fiori, bigliettini di preghiere e frasi toccanti. C’è una croce che si staglia in mezzo al cantiere costruita con le lamiere delle torri e, lungo tutto il perimetro, tabelloni con i nomi dei caduti e la cronistoria minuto per minuto di quella giornata infernale.
Con un po’ di amarezza nel cuore ci allontaniamo dal World Trade Center e ci spostiamo verso Chinatown dove l’atmosfera è di tutt’altro tipo: ci si apre un dedalo di strade piene di negozietti e bancherelle, di case colorate con le tipiche scale antincendio e di festoni appesi come se fosse la festa del paese.
Evitiamo di entrare in questi negozi pieni di stupidate e arriviamo fino a Little Italy, un susseguirsi di ristoranti italiani, negozi che vendono specialità nostrane e case colorate di bianco rosso e verde.
Decidiamo di tornare qui a cena dopo una doccia veloce. Proviamo l’esperienza del taxi giallo: ci mettiamo circa 2 secondi per trovarne uno (sono talmente tanti che basta alzare una mano…), mentre al ritorno sfrutteremo la metro che abbiamo visto essere molto popolata anche di sera. Dopo il tramonto questa via diventa isola pedonale, si accendono le luminarie, i ristoranti si allargano distribuendo i tavolini all’esterno e l’italiano diventa la lingua dominante.
Dopo cena torniamo a Times Square, facciamo un giretto di rito tra i negozi di souvenir, qualche acquisto e poi andiamo a dormire…


12 Agosto 2006 – New York

La giornata è davvero stupenda: il cielo blu, limpidissimo, senza una nuvola. Quale momento migliore per salire sull’Empire State Building?
Ci dirigiamo a piedi alla nostra meta e vediamo subito una lunga fila fuori dal portone. Ma scorre veloce e, per il momento, non ce ne preoccupiamo. Una volta entrati però, capiamo subito che la fila non è così breve come avevamo sperato e dopo due ore e mezza di serpentoni per controlli di sicurezza, biglietti e ascensori, riusciamo a salire all’89 piano. L’ascensore è velocissimo: si arriva così in alto in un minuto e i numeri dei piani scorrono sul display a 10 a 10. Ma non ci si accorge neppure di muoversi.
Sulla terrazza all’89 piano fa un gran freddo (eh già, siamo quasi in montagna….) ma la vista è impagabile. Si vede tutta New York e sembra di poter toccare le punte dei grattacieli con le dita. Si vede Mahattan e da lontano anche la statua della Libertà, Central Park che si staglia verde in mezzo al grigio del cemento e dell’asfalto, il Crysler Building, il ponte di Brooklyn, il Madison Square Garden… e i taxi gialli sulle strade sembrano piccole formichine.
Ci sarebbe piaciuto salire fino al 102esimo piano ma avremmo dovuto pagare altri 14$ a testa in aggiunta ai 16$ già pagati per arrivare fin qui… Forse è un po’ esagerato. La visuale da dove siamo ora è già stupenda. E poi fa già un po’ impressione sapere di essere così tanto in alto e ci sentiamo un po’ vulnerabili, visto le continue minacce terroristiche degli ultimi tempi.
Sarà… ma non mi piacerebbe lavorare in quello che ormai è rimasto il più alto grattacielo di New York…
Scesi dall’Empire ci rechiamo a piedi fino all’incrocio di strade che fa da culla al famoso Flatiron Building, un grattacielo stranissimo che sembra un ferro da stiro per la sua forma triangolare.
Prendiamo, poi, la metro e ci dirigiamo al ponte di Brooklyn. Attraversiamo i giardini della City Hall e percorriamo tutto il ponte a piedi mangiando un hot dog. E’ pieno di gente in entrambe le direzioni, a piedi e in bicicletta. La vista di Manhattan da qui è davvero sorprendente. Ma quanto sono grandi questi grattacieli? Non finirò mai di stupirmi…
Arriviamo fino dall’altra parte del ponte. Siamo ormai in piena Brooklyn. Ci ritroviamo in una sorta di piccola spiaggia con gente in costume che prende il sole, ragazzi che cantano e suonano e persone che fanno pic nic nell’erba. Un angolino di paradiso da cui il ponte con i grattaceli sullo sfondo si vede in tutta la sua magnificenza.
A questo punto dovremmo tornare indietro ma preferiamo cercare una metropolitana qui perché il nostro programma è quello di arrivare fino a Coney Island. Massimiliano è un patito del film ‘I guerrieri della notte’ e non posso certo privarlo di toccare con mano quei posti che ha rivisto tante volte in tv.
Trovare la metro però non si rivela un’esperienza così semplice. Fuori da Manhattan, infatti, poche persone sanno dare indicazioni chiare. A dire la verità, quasi nessuno sa se e dove ci sia una fermata. Per fortuna gli americani sono abituati ai turisti e per le strade, ogni tanto, si ritrovano delle cartine che aiutano chi si è perso a capire dove si trova e come uscirne.
Dopo una lunga camminata per Brooklyn, arriviamo finalmente a una fermata della metropolitana. Siamo esausti. Meno male che ora ci riposeremo seduti sul treno che in 40 minuti ci porta fino a Coney Island.
E’ sabato pomeriggio e Coney Island è gremita di gente. Avevo letto da qualche parte che questo è il posto dove i New Yorkesi si rifugiano nei week-end estivi per fuggire dalla confusione e dal caldo della città. Beh, se avessimo anche noi una spiaggia così immensa a pochi minuti di metropolitana da Milano, sono sicura che ci passerei ogni minuto libero…
C’è una gran confusione. Il lungo mare è strapieno di gente in costume, coi pattini, con gli skateboard, di bancarelle e negozi che vendono cibo… e poi c’è il famosissimo luna park dove ci sono ancora le montagne russe (chiamate Cyclone) degli inizi del 1900. In effetti non so se mi fiderei molto, sembrano un po’ arruginite. Eppure c’è gente che ci va…
Passeggiamo sul lungomare chiedendoci se siamo ancora a New York, dopodichè torniamo in hotel.
Abbiamo davvero camminato tantissimo e siamo un po’ troppo stanchi per avventurarci oltre, quindi decidiamo di mangiare all’Hard Rock Cafè in Times Square. Sappiamo che le guide lo definiscono una trappola per turisti, ma ci accorgiamo che i prezzi non sono poi così diversi dagli altri ristoranti dove abbiamo cenato fin’ora. Anzi… per molte cose questo posto è anche più economico, per lo meno a New York, dove i prezzi dei ristoranti sono davvero elevati.
Un’ultima passeggiata, spinti dalle luci e dalla gente in giro e poi a nanna.


13 Agosto 2006 – New York

E’ domenica mattina e non ci possiamo perdere l’esperienza di una messa gospel ad Harlem. Prendiamo la metro e ci dirigiamo in quella che, secondo la guida, è la chiesa più grande e più disponibile ad accettare i turisti. Ma quando arriviamo lì ci accorgiamo di non essere stati gli unici ad avere quest’idea.
C’è una fila interminabile che aspetta di entrare in chiesa e ci viene il dubbio di non riuscire neppure ad avvicinarci alla porta. E infatti… dopo un’ora di coda il responsabile della chiesa ci dice che la chiesa è piena e possiamo pure tornare a casa.
Ormai siamo lì, ripieghiamo su un’altra chiesa vicina, dove si sta svolgendo una messa metodista. Il rito è completamente diverso dal nostro ma non c’è gospel e siamo un po’ delusi.
Comunque è pazzesco come qui si vedano solo persone di colore (a parte i turisti che la domenica invadono le strade per la messa, naturalmente…). I neri sono tutti tirati a lucido e vestiti in modo elegante per partecipare alle funzioni. Ma il quartiere appare un po’ diroccato, pieno di case anonime, con le classiche scale antincendio all’esterno.
Riprendiamo la metropolitana e ci dirigiamo questa volta nel Bronx perché vogliamo vedere il tanto decantato Yankee Stadium. Ma quanta gente c’è??? C’è una partita che comincia tra pochi minuti e la confusione è davvero impressionante.
Ci sarebbe piaciuto avventurarci oltre ma senza una persona fidata il Bronx non è proprio un quartiere raccomandabile, così rinunciamo e torniamo a riprendere la metropolitana. Già in questo piccolo pezzo di strada il degrado è evidente: case diroccate, sporcizia… siamo lontani anni luce dalla New York di Manhattan.
La giornata è molto bella (come tutte fin’ora del resto…) e così decidiamo di andare a rilassarci un po’ a Central Park. E’ un parco enorme e molto curato. Ci sono persone che prendono il sole, che pattinano, che vanno in bici. E’ davvero pieno di gente! La nostra idea inizialmente è quella di noleggiare una bici e girarlo, ma le indicazioni della guida risultano errate e non riusciamo a trovare il posto dove affittarla. Prendiamo in considerazione l’idea di noleggiare una barchetta sul lago ma alla fine optiamo per un riposino sdraiati sul prato. Che pigri!!!!!
Da qui arriviamo a Soho e ci troviamo immersi in un dedalo di viuzze costeggiate da case colorate (tutte con le mitiche scale antincendio) e da una miriade di negozi dove si può acquistare di tutto, dall’abbigliamento, agli articoli per la casa, alle scarpe…
Girovaghiamo un po’ e poi ritorniamo in hotel.
Dopo una breve sosta per riposarci e una doccia ristoratrice, torniamo al ponte di Brooklyn. Sono le otto, il sole è ormai tramontato e Manhattan si è illuminata. Lo spettacolo di luci a cui ci troviamo davanti è davvero impagabile!
Perdiamo un po’ di tempo a guardare la bellezza di questo posto e fare foto e filmati e poi decidiamo di cercare un posto dove mangiare. Ma ahimè, non abbiamo fatto i conti con il fatto che è domenica e moltissimi posti chiudono alle dieci, così un po’ affranti, ci ritroviamo a cenare in un ristorante vegetariano che si rivela tutt’altro che un’ottima scelta.
Ma si, dai, la vacanza all’avventura è bella anche per queste cose…

Testo a cura di Alessia, per gentile concessione ad America On The Road. Riproduzione vietata dei contenuti senza autorizzazione.

 

Postato il Tuesday, 05 September @ W. Europe Daylight Time di AOTR-admin

 
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