Un racconto di Marco.
Volevo una vacanza diversa, con poco tempo a disposizione, e da solo. Una cosa
attiva, organizzata ma non troppo, niente turismo di massa, senza piscine, spacci
o tv. Per caso trovo in un fumetto l'idea, cerco in internet, spulcio, seleziono,
decido e parto.
Risultato? Incredibile, fantastico, molto superiore alle aspettative, una esperienza
notevole (per me, almeno, mica ho i vostri vent’anni!).
Sono
stato in un “dude ranch”, il Laramie River Dude Ranch
(www.lrranch.com). Si trova
nel Colorado, vicino alla città di Laramie, Wyoming; il confine di stato
passa lì vicino, ed è pure sede dell’università di
stato. Sta su altipiano a 1600 metri di altezza lungo il corso del fiume Laramie,
nel cuore del mitico far west. Allevano cavalli (72) e ospitano gruppi di non
oltre 25 persone da aprile a settembre. L’ospitalità è eccezionale,
ci tengono molto all’atmosfera di famiglia, simpatica e ospitale, coinvolgendo
gli ospiti. Tra le attività disponibili ho apprezzato l’equitazione.
La cucina è tradizionale e di altissimo livello. La professionalità
degli operatori elevata.
Prezzo? Circa 900 euro tutto compreso per una settimana (1400 circa in alta
stagione). Più il viaggio, chiaro, altri 900 euro circa. Le tariffe variano,
dipende anche dall’euro.
Il racconto.
Dal ranch via mail mi mandano la lista delle cose indispensabili da portare
(jeans e abiti a strati, di notte fa freddo), per il resto o non serve o ci
pensano loro (stivaletti e cappello). Più un questionario dettagliato
per conoscere le mie aspettative e soprattutto la mia esperienza equestre (nulla).
Mando i dati della mia carta di credito per fax (non via mail) per versare l’anticipo,
e mi inviano subito la ricevuta. Buon segno. Via internet prenoto anche l’hotel
a Laramie, vado al Motel 6, ottimo ed economico, ma senza navetta per l’aeroporto
– prenotate per tempo in un altro albergo con navetta, oppure noleggiate
un’auto a Denver. Altrimenti telefonate alle compagnie di taxi e accordatevi
per farvi venire a prendere.
Parto venerdì mattina da Bologna, tappe a Monaco e Washington, atterro
a Denver. Alle dieci di notte di venerdì un piccolo
bimotore con due file di posti che pare un autobus, due piloti professionalissimi,
mi deposita, con altre 8 persone – due già in stivaletti e cappellone
da cowboy - nel piccolo ed efficientissimo aeroporto di Laramie. Siamo già
nell’ambiente: niente traffico, tutto semplice, efficiente e spazioso,
strade larghissime. Mentre cerco di telefonare a un taxi - ma ci saranno qui
a quest’ora? - uno dei passeggeri si offre di darmi un passaggio col suo
pick-up per i 10 km fino al motel (10 km).
Dal ranch verranno a prendermi alle 9 di domenica – nei ranch ci si sta
o una settimana intera o mezza. Il sabato visito – a piedi – la
città di Laramie. Bellissima, 25.000 abitanti più
gli studenti, casette in legno graziose in periferia, in mattoni in centro.
Bar caratteristici, uno western sicuramente non finto, negozi di materiale western
dove compero subito i jeans wrangler cowboy cut, consigliati dal ranch per montare
a cavallo (ed è vero) e una camicia a maniche lunghe robusta. Sempre
su loro consiglio mi ero portato da casa dei pantaloncini da ciclista, rivelatisi
poi miracolosi. Prezzi la metà che da noi, cortesia inusitata e professionalità
da noi ignota. Girando per la città – macchinoni grandi e pick-up
– trovo poche persone, gentili e cordiali. Un sacco di librerie di qualità,
anche di usato – ma ordinato e ben tenuto. Non sembrano ricchi qui, ma
lavorano tutti, e camminano senza fretta.
Arrivo
per caso al campus dell’università dello Wyoming, che sta qui,
un altro mondo. Tra alberi, prati verdi e scoiattoli sorgono grandi edifici
in pietra arancione tutti in stile. Non una scritta o una cartaccia, entro e
vado dove voglio, nessuno mi disturba. Arrivo al centro studentesco, gestito
da studenti: sembra un immenso salotto, con bar, aree di studio aperte, uno
spaccio favoloso e una libreria da sogno. Uso una delle tante postazioni internet
gratuite per comunicare con casa. Visito anche il piccolo museo di geologia,
pieno di dinosauri – uno spettacolo.
Ovviamente visito i pompieri locali, che mi accolgono al solito splendidamente
(io sono anche pompiere).
Domenica alle 14, con un minivan del ranch, arriva puntuale a prelevarmi un
ragazzo, Andrew, in abiti appena spolverati alla buona, simpaticissimo: in un‘ora
mi porta al ranch lungo una strada, non asfaltata ma in ottime condizioni, che
sale fino all’altopiano dove scorre il fiume Laramie e vedo i pascoli.
Si vede qualche ranch: mi dice che quello confinante a sud (3 km) alleva vitelli,
quello a nord (4 km) bufali. Il cielo è blu scuro, il vento è
asciutto e profumato di piante aromatiche, ovunque la prateria cespugliosa,
lontano le cime di montagne rosse coperte di neve e boschi. Sulla strada passa
un pick-up in media ogni due ore. Somiglia molto alla Sardegna. Parliamo di
tante cose, mi aiuta a capire bene la lingua – non sono abituato all’inglese
parlato. Lui è l’addetto ai lavoretti di ogni tipo, manutenzione,
controllo recinti, e anche trasporto anche del letame; si è appena laureato
e il mese prossimo parte per Washington a fare da assistente ad un noto senatore.
Un bel cambio di vita, ma per lui pare normale. Qui nessuno si vergogna del
proprio lavoro, qualunque esso sia.
Mi
conduce ad un gruppo di edifici in legno ben tenuti, con diversi recinti e capanni.
Mi porta la valigia e mi guida in ufficio dove una ragazza, Becky, mi accoglie,
mi porge una cartella col programma della settimana e l’elenco degli altri
ospiti e degli operatori, poi mi mostra la mia camera con bagno (perfetti, pulitissimi,
anche il bagno è decorato in legno, e sul comò un fiore e un vaso
di biscotti freschi!), e poi mi mostra il resto. Posso mangiare quel che voglio
quando voglio e andare ovunque tranne, per favore, in cucina e nella stalla
principale; devo solo ricordarmi di richiudere i recinti, altrimenti gli animali
fanno dei danni. Biscotti favolosi di giornata, frutta e bevande (solo gli alcolici
ve li dovete portare) li fanno loro e sono sempre disponibili. Mi indica dove
è esposto il foglio delle attività da scegliere per il giorno
dopo. Mi segno per il corso base di equitazione, mai visto un cavallo io, ma
proviamo, perché no? Mal che vada mi farò delle gran passeggiate
a piedi, i boschi, le montagne rosse e il fiume stanno lì fuori.
Il
posto è stupendo, un edificio principale (lodge) rinnovato da poco, in
legno, con porticati esterni con sedie e tavoli, e dentro decorato con quadri
e statue di cavalli. Fuori ci sono pure diversi piccoli edifici, per famiglie.
Ovunque scaffali con libri, romanzi, storia e foto del Colorado. Un grande camino
antico nel soggiorno comune. La sala da pranzo ha quattro tavoloni e ampie vetrate
sui pascoli e il fiume che scorre a venti metri. Arrivano gli altri ospiti,
tutti americani o inglesi, tutti affabili e cordiali, educatissimi, nessun rompicoglione
o esibizionista.
Niente italiani, mai visti. Ottimo. Ancora: qui non si fuma, niente tv né
radio, nessuno ostenta o lascia suonare telefonini o simili (fuori dall’italia
sono considerati un’enorme cafoneria, per chi non lo sapesse).
Alle 17 in uno dei capanni Krista, la proprietaria, imposta le selle a chi
intende cavalcare; io mi scelgo anche gli stivali e il cappello (indispensabili).
Alle 18 servono stuzzichini e alle 19 la campana annuncia la cena. Fantastica:
piatto unico con tante pietanze (costolette al pomodoro, pannocchie bollite,
verdure gratinate, pane appena fatto, eccetera), contorni, e un dolce favoloso.
Tutti i giorni tre pasti sempre diversi. Dopo cena quattro chiacchiere, tè,
caffè e biscotti, ma io vado a letto, ho il fuso da superare. Fuori la
luna e il cielo stellato, limpido; un silenzio incredibile, sento appena, lontano,
il fiume.
Lunedì mattina alle sei sono già sveglio, a pochi metri dalla
finestra della camera i cavalli pascolano e mi guardano curiosi, bellissimi
col sole nascente che gli incornicia la criniera. Esco a fare una passeggiata
lungo il fiume, cristallino. In terra è gelato. Il cielo è blu,
nel silenzio solo i rumori degli zoccoli e dei corvi, taccole e gazze che svolazzano
dappertutto. Alle 8.30 sono a tavola con gli altri per la colazione (all’americana)
e alle 9 inizia l’orientamento per chi vuole cavalcare, presso il recinto.
In 15 minuti il capo wrangler, Shawn, ci spiega l’essenziale del cavallo,
il comportamento e i comandi da dare. Poi ci chiama uno per uno per l’immediata
prova pratica da fare nel recinto. Mi tiene la briglia del cavallo che ha scelto
per me: dopo le presentazioni (da che parte si prende un cavallo?) salgo e in
qualche modo andiamo a provare i comandi elementari: avanti, ferma, destra e
sinistra. C’è pure la retromarcia!
Soccia, ma funziona! L’animale – un bellissimo maschio grigio-rossiccio
con una lunga criniera - è collaborativo e docile, mi sopporta con pazienza.
Qualche consiglio e aggiustamento e poi partiamo subito per un giretto nei pascoli,
camminando tutti in fila dietro al wrangler di turno, una ragazza. I gruppi
sono volutamente piccoli, siamo in quattro. Stranamente va tutto bene, il cavallo
sa già cosa deve fare, io faccio come dice lui, sto seduto abbastanza
comodo e piano piano mi rilasso e mi godo anche il paesaggio. Capisco che per
non sentire i sobbalzi devo lasciar muovere il bacino in modo da compensare,
e devo pure sincronizzarmi con i vari movimenti dell’animale, in salita,
discesa e così via. Lui è sensibilissimo ad ogni minimo movimento
delle redini, e mi sa che mi sta studiando. Interessante. Dopo un giretto tranquillo
di un paio d’ore la wrangler ci riporta al recinto e ci fa scendere, uno
alla volta, chiedendoci impressioni, sensazioni e problemi eventuali. Rientriamo
a cambiarci scambiandoci le impressioni, pare che tutti gli altri abbiano già
qualche esperienza, io sono proprio l’unico principiante. Cammino anche
strano, per via degli stivaletti col tacco e delle gambe un po’ indolenzite,
per non parlare di strane sensazioni alla schiena e al sedere. A fine settimana
tutto sarà normale. Al pomeriggio stessa cosa.
Martedì
andiamo a recuperare alcuni vitelli in uno dei pascoli per fare un esercizio/gioco
a squadre nel recinto! Il gioco consiste nel lavorare in squadra per separare
dal gruppo tre vitelli e condurli in un altro recinto. Da dire è semplice,
ma da fare proprio no. Come esercizio è ottimo per prendere confidenza
col cavallo, i vitelli ci fanno dannare, ma alla fine ce la facciamo. Poi ci
insegnano il trotto, e cominciano i problemi, un male boia a schiena e culo.
Fortuna che ho i pantaloncini da ciclista, imbottiti dove serve.
Per farla breve, mercoledì galoppo già nella prateria, ho capito
come muovermi per sincronizzarmi coi colpi del movimento del cavallo (e pure
lui ne è contento, si accorge di tutto) e, pur con qualche livido, mal
di schiena e indolenzimenti vari, mi accorgo che la cosa mi piace da matti,
godo proprio, non me l’aspettavo. La potenza dell’animale è
impressionante e si sente quando ti passa attraverso il corpo, per non parlare
della sua felicità nel correre. Indescrivibile, e adesso capisco anche
molte altre cose. Mi accorgo con sorpresa che l’animale comunica in modo
non verbale con me in modo molto forte, più avanti mi capiteranno cose
piuttosto inaspettate (ma private, sorry; tornato a casa mi sono accorto che
la cosa è nota e ci sono parecchi studi sull’argomento).
Devo dire che quasi tutti gli altri ospiti sono molto esperti, stanno nei corsi
intermedio e avanzato, il che non gli impedisce, la sera, di lamentare mille
dolori. Vedo che parecchi hanno bisogno di panchetto e aiuto per salire o scendere
dal cavallo, con quelle panze che si ritrovano.
Gli animali sono veramente belli, sono proprio quelli dei film di cowboy. Sono
sensibilissimi, capiscono al volo e ti studiano, cercano anche di farti fare
quello che pare a loro, per cui devi metterti d’accordo su chi comanda,
senza esagerare. Mi meraviglia molto la pulizia, il buon odore e la tranquillità
di questi animali, probabilmente dovuti al fatto che crescono quasi liberi in
queste praterie sconfinate, e non al chiuso come da noi, dove finiscono per
essere nervosi e puzzolenti.
La
tenuta nostra? Mi avevano consigliato jeans Wrangler, “cowboy cut”
larghi – i migliori per cavalcare -, camicia maniche lunghe e giubbotto
di scorta; stivaletti con tacco e cappello largo. Stick per labbra, crema solare
e antizanzare (questo inutile in settembre) .Una bottiglia di acqua ce la passano
loro – bisogna bere molto, il clima è secco - e se serve qualcos’altro,
un caschetto o guanti, lo forniscono loro. Io sono il solo sempre in maniche
di camicia, questi han tutti freddo, si vede che abitano in California o giù
di lì.
Cavalchiamo per luoghi davvero belli e selvaggi, la prateria ondulata profuma
di erbe e cespugli aromatici, l’aria è asciutta e fresca, il sole
picchia e il cappello serve. Traversiamo ruscelli di acque limpide, saliamo
per colline e traversiamo boschi di pini e betulle bianche, lungo sentieri anche
piuttosto ripidi e difficili, ma i cavalli sono sicuri e tranquilli, quindi
anche io sto tranquillo. Ovunque animali, conigli, gruppi di antilopi, daini,
uccelli di ogni tipo, aquile e falchi. Mancano solo gli indiani. Bè,
c’è giusto Clyde, il wrangler con la penna nel cappello, che ci
racconta del bisnonno Cherokee, ma ormai…. I wrangler sorvegliano con
discrezione, si alternano nel condurci in giro e darci consigli; sono tutti
ragazzi e ragazze giovani e preparati, studenti che fanno un lavoro estivo,
ci raccontano della loro vita e ci chiedono della nostra, sempre cordiali e
disponibili. Fanno un orario pesante, e lavorano duro, ma sembrano sempre divertirsi
con noi. E mi sa che è così, visto che Clyde giovedì si
dimentica che è il suo giorno libero.
I
giorni passano in modo meraviglioso tra giri e galoppate sempre diversi nelle
praterie infinite attorno al ranch, ore passate in compagnia dei ragazzi, e
dei due titolari, Bill e Krista che mangiano sempre con noi, e ogni tanto servono
ai tavoli, e degli altri ospiti sulle verande e dopocena a giocare o ascoltare
musica o le conferenze con diapo del naturalista. Ho chiesto circa la cura dei
cavalli, e una delle wrangler mi ha subito portato in una delle stalle e mi
ha mostrato come si fa, facendomi provare a spazzolare uno dei cavalli. È
una bellissima cavalla bianca, mi spiega che è anziana e ormai in pensione,
quindi la curano con amore e le danno una dieta speciale per i pochi anni che
le restano da vivere. Volendo è possibile sellarsi da solo il proprio
animale, basta chiedere. C’è anche una lezione sul comportamento
equino, moto qualificata e interessante.
Ogni giorno è un’avventura e cose nuove da scoprire. Anche i pescatori
sono contenti, e così pure altri ospiti che preferiscono camminare o
leggere un libro sulle sedie a dondolo, o andare in giro per foto. Un paradiso.
Mi sono anche spariti diversi fastidiosi disturbi che gli amici prevedevano
invece che sarebbero peggiorati. Sarà l’acqua, forse l’altitudine,
oppure l’aria pulita?
Di notte il silenzio è rotto solo dai cori dei coyote e dal richiamo
di qualche alce solitario. Alla mattina solo lo scorrere lontano del fiume e
gli zoccoli o il nitrito dei cavalli che giocano nel pascolo.
Venerdì chi vuole può partecipare alla scorta di una mandria
di 300 vitelli che un vicino deve trasferire ad un paese, si sta via tutto il
giorno e bisogna controllare gli animali. Per me forse è ancora troppo
presto, sarà per il prossimo anno. Un giorno intero a cavallo può
essere pesante, anche se estremamente divertente.
Sabato,
ultimo giorno, è in programma un giro, sempre a cavallo, nel vicino parco
nazionale per tutto il giorno, con pranzo sul posto. La giornata è stupenda,
le vedute da cartolina, rientriamo alle 19 stanchi ma felici. Ormai sono spariti
anche i dolori. La sera è luna piena, la passiamo fuori attorno al fuoco
arrostendo le toffolette (mica tanto buone, ma è la tradizione). Il naturalista
ci racconta e interpreta – bene - storie di cowboy e di banditi locali.
Ormai scherziamo tranquilli con tutti, ospiti e wranglers. Vi avviso che abbiamo
fatto anche molte altre attività, che per brevità ometto, e a
diverse altre non ho avuto proprio il tempo di partecipare.
Domenica saluto tutti con notevole, profonda tristezza, soprattutto il mio
cavallo. Uno degli ospiti mi dà un passaggio fino a Denver, dove prenderò
l’aereo per tornare a casa, e alla mia scrivania. Bei ricordi, stavolta,
davvero.
Il
prossimo anno vorrei tornarci per fare il livello avanzato, galoppare nella
prateria, qui, è una esperienza troppo forte. E pensare che a me il genere
western non è mai importato molto.
Si potrebbe anche di partecipare ad uno dei giri da una settimana a cavallo
e tenda nei grandi parchi usa o canadesi per vedere i lupi o gli orsi (costo
800$, compresi guida e naturalista, gruppo di cinque al massimo), chissà
– i paesaggi nei filmati sono incredibili - . Se vi interessa ci sono
pure le settimane al seguito delle grandi mandrie da trasferire da uno stato
all’altro (presente il film “Fuggo dalla città”/“City
slickers” ?).
Oppure a luglio il grande festival western a Cheyenne, che dura una settimana,
con ogni specialità immaginabile, e mi sa che non è affatto un
falso per turisti. Vedete voi, in Italia non si trovano di certo queste cose.
E vi assicuro che là il bestiame non puzza per nulla, andate a scoprire
perché.
I dude ranch
Sono aziende agricole a gestione familiare che ospitano turisti, coinvolgendoli
nelle proprie attività in diversa misura. Possono ricordare, molto alla
lontana, i nostri agriturismi, ma sono troppo diversi. Ce ne sono tantissimi
in usa e canada, dove sono molto popolari.
Non sono tutti uguali e non tutti seri. Alcuni allevano animali, altri organizzano
solamente le attività, ma molto bene, altri sono solo alberghi o bed
& breakfast di campagna o montagna, altri sono veri e propri villaggi turistici,
ovvero falsi ranch che ospitano fino a 300 persone (da evitare).
Come distinguerli? Informatevi, io ho selezionato il mio in base ai diari di
viaggio trovati in rete, alla serietà del suo sito internet e delle risposte
datemi dal titolare via mail, dal prezzo (medio), dal numero massimo di ospiti
(25) e dalle attività proposte (poche, credibili e corrispondenti alle
mie esigenze). Importante l’assenza di roba tipo piscina, negozi, aggeggi
motorizzati, tv, aria condizionata, ecc. Alcuni sono molto rustici, e per me
sono i migliori. Serve anche un po’ di adattabilità. Ripeto, se
vi piacciono i villaggi turistici, se andate al mare non per il mare ma per
i locali, lasciate perdere, non è per voi.
Negli States (e Canada) ne trovate quattro tipi: working ranch, guest ranch,
dude ranch e resort ranch. I primi sono vere e proprie aziende operanti nel
campo dell’agricoltura e allevamento, gli ultimi si limitano alla sola
ospitalità di lusso. Le attività offerte sono in genere l’equitazione
(a diverso livello), pesca alla mosca, passeggiate ed escursioni naturalistiche.
E molto altro.
La maggior parte ospita famiglie e bambini, con specifiche attività
anche per loro. Molti cercano di ricreare il mito del vecchio west; se non esagerano
la cosa è molto simpatica. Sarebbe anche molto bello partecipare alle
fiere agricole locali, il west non è solo un mito qui, ma una cultura
reale, e la gente è molto ospitale. Penso che i più veri e interessanti
siano quelli “working”.
Il costo varia, per una settimana, da 600 fino a 2500 dollari, dipende da tante
cose e dal tempo che vi fermate. La maggior parte dei ranch offre una servizio
di navetta al più vicino aeroporto, ma se il ranch è davvero tale
sarà un po’ lontano, per cui vi conviene noleggiare un’auto
e raggiungerlo con quella, così vedete anche un po’ della campagna
americana (a me piace molto più delle grandi città). Alcuni ospitano
anche il vostro cane. Quasi tutti hanno siti internet con informazioni dettagliate,
e con Google Earth potete darci un’occhiata dall’alto.
Testo di proprietà di Marco, per
gentile concessione ad America On The Road, riproduzione vietata senza autorizzazione